Intervento del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella alla riunione mondiale della Comunità Giovanni XXIII

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Intervento

del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella

alla riunione mondiale

della Comunità Giovanni XXIII

Rimini, 07/12/2018
Rivolgo a tutti i presenti il saluto più cordiale, al Sindaco, agli altri Sindaci, al Vescovo. È davvero per me una giornata importante questa trascorsa con voi.
Vorrei salutarvi uno ad uno. Le mamme, i papà, i figli, i fratelli, i nonni, gli amici delle vostre meravigliose case-famiglia. I volontari delle vostre mense per i poveri e dei vostri centri di accoglienza. Le giovani e i giovani che, con voi, hanno riscoperto la gioia di vivere, la dignità di essere persone con eguali diritti, il desiderio e la possibilità di costruire per sé e per gli altri un futuro migliore.
Vorrei salutare gli operatori delle comunità terapeutiche. I cooperanti che recano pace e solidarietà in luoghi della sofferenza, in tutto il mondo. I sostenitori, i benefattori e tutti coloro che si sentono coinvolti in questa grande famiglia, costruita in cinquanta anni dall’amore e dall’energia di don Oreste Benzi.
Pensando a don Oreste più che salutarvi, vorrei soprattutto ringraziarvi. Siete un esempio, uno dei tanti esempi positivi, con tanta forza per il nostro Paese, per la nostra comunità nazionale e per tutti i Paesi in cui avete messo radici, ovunque recando questo esempio, questo impegno positivo e travolgente che coinvolge tante persone. Siete testimoni e propagatori di uno dei valori più preziosi che sono iscritti nell’animo umano: la speranza.
La speranza si fa concreta, diviene realtà, se – come diceva don Benzi – “metto la mia vita insieme con la tua vita”, se comincio a costruire insieme agli altri qualcosa che, inizialmente, appare difficile, faticosa ma poi si rivela uno straordinario salto in avanti verso una condizione di maggiore giustizia.
Abbiamo bisogno di sentirci più comunità, nel nostro come in tutti gli altri Paesi. Aiutare chi ha maggiore bisogno, tendere la mano agli ultimi per portarli fuori da una condizione di marginalità, accogliere i più poveri per condividere con loro un percorso di crescita sociale, non sono semplicemente atti caritatevoli. Sono impegni che arricchiscono anzitutto chi se ne rende artefice.
La solitudine può sembrare, a taluno, un rifugio, all’interno del quale difendere una propria condizione di presunto benessere. Ma, sempre di più, la solitudine fa crescere la paura, logora i legami civili, riduce la voglia di partecipazione, produce sfiducia.
L’individuo da solo è più debole; e più insicuro in realtà. L’ambiente nel quale la persona riesce a realizzarsi è la comunità.
“Rimuovere gli ostacoli” e le barriere che creano emarginazione, iniquità, ingiuste diseguaglianze spetta, anzitutto, alle istituzioni pubbliche, ma sta anche – come voi dimostrate – a ciascuno noi, alle formazioni sociali e ai singoli cittadini.
Ha detto bene Giovanni Paolo Ramonda, quando ci ha ricordato che la Costituzione ci sollecita a ravvivare la comunità e a rendere effettiva la “pari dignità sociale” per tutti, perché questo è il presupposto irrinunciabile della convivenza: è in realtà un principio cardine della nostra Costituzione. Don Benzi ne era convinto. Il suo pensiero è stato ricordato stamani: “Le persone fragili non possono essere solo oggetto di assistenza ma sono costruttrici di umanità”.
Voglio ripetere queste parole perché sono non profetiche ma reali.
Nella società non ci sono, non ci possono essere, “scarti”, ma soltanto cittadini, di identico rango e di uguale importanza sociale: una diversa visione mette in discussione i fondamenti stessi della Repubblica, della nostra Repubblica.
Voi dimostrate ogni giorno questa realtà. E le testimonianze di oggi hanno toccato i nostri cuori, i nostri sentimenti, la nostra responsabilità. Non dobbiamo avere timore o vergogna di nutrire, e di manifestare, buoni sentimenti. Perché ci aiutano a migliorarci, mentre invece il cinismo è triste e gretto: si inchina al cosiddetto realismo, ritenendolo immutabile. La realtà può essere cambiata e migliorata.
Dobbiamo abbattere le barriere che discriminano. Vi sono barriere che sono reali, altre sono di convinzione, di mentalità, di modo di pensare. Sono barriere che discriminano, che creano pregiudizi ed esclusione. Occorre un po’ di coraggio, è vero, ma, in realtà, andare incontro agli altri e realizzarsi insieme è la nostra realtà, la nostra vocazione più profonda.
La storia di Francesco (Yang) ci ha dato la prova, insieme a Maria Cristina, di quali progressi può generare l’amore. Ci dimostra che non dobbiamo arrenderci alle difficoltà che nascono da una disabilità, ci dimostra che le diversità – tutte le diversità – rendono la nostra vita più aperta, completa, e felice; e la nostra società più vivace, più forte. Le barriere da superare sono anche quelle che stanno nelle nostre menti e nelle nostre cattive abitudini. E, caro Francesco, visto che i tuoi compagni ti hanno regalato un papillon per questo incontro, ti invito a metterlo sempre, non soltanto per gli incontri con il Presidente della Repubblica, perché è sempre festa! Avrai tante occasioni di festa insieme agli altri che ti vogliono bene e ti apprezzano per quello che sei, per il tuo grande, insostituibile, valore.
Insieme a don Aldo Bonaiuto abbiamo ascoltato due testimonianze che ci hanno colpito.: ragazzi siete molto giovani, ma malgrado la giovane età la vita vi ha riservato delle esperienze durissime, che dimostrano a che punto di abiezione può arrivare la cattiveria umana. Ma la solidarietà che avete incontrato è un valore che soverchia questa cattiveria. La solidarietà che avete incontrato e che voi adesso riversate verso altre persone è un grande valore, è un motore importante per scacciare questa condizione, per scacciare condizioni così inaccettabili. Questo che abbiamo sentito sollecita un impegno inderogabile: combattere senza tregua la tratta degli esseri umani e la riduzione in schiavitù, piaga che purtroppo non è ancora completamente debellata e che misuriamo, quotidianamente, nelle nostre città, sulle nostre strade. Nessuno può voltare la testa dall’altra parte, nessuno può mettere a tacere la propria coscienza di fronte al persistere di questo mercato infame; meno che mai lo Stato. E non ci può essere incertezza o confusione: non sono le vittime della tratta a dover essere perseguite, ma gli sfruttatori, tutti, in qualunque modo vi siano coinvolti o vi si lascino coinvolgere.
L’azione di contrasto va condotta all’interno del nostro Paese, così come sul piano internazionale, e quest’opera va necessariamente integrata con politiche di cooperazione e con progetti di pace e di sviluppo. Sono le donne a pagare sempre il prezzo più alto: e noi sappiamo che la libertà delle donne, di ogni donna, è condizione per la libertà di tutti.
Abbiamo ascoltato poc’anzi una esperienza importante e significativa dalla Siria. Ci ha reso evidente, con forza, ci ha dimostrato plasticamente il valore di cercare la pace con metodi non violenti, ma pacifici.
Quello che voi considerate, e che don Benzi considerava, il vostro “corpo civile di pace”, l’Operazione Colomba, sostiene il progetto di pace in Siria, uno dei luoghi simboli dell’umanità oggi martoriata. State mostrando a tutti, con questa operazione, che si può tenere insieme la solidarietà concreta, l’aiuto alle persone, con una diplomazia “popolare” orientata alla distensione. Senza porvi limiti, anzi volendo superare ogni ostacolo, avete anche nominato una vostra rappresentanza a Ginevra e a New York, per rendere più forte la spinta internazionale per la pace che viene spinta e sostenuta dal basso dalle persone concrete. Come diceva Giorgio La Pira: c’è un diritto alla pace che proprio le persone più semplici devono poter conquistare. So che questa è la vostra ispirazione e vi auguro di continuare a seminare, questo principio, questo valore.
Costruire la pace, del resto, è un’opera grandiosa, affascinante, che coinvolge interamente noi stessi, e ci impone un cambiamento interiore, un miglioramento nei comportamenti, anche individuali. Donare serve a costruire pace. Donando si ottiene più di quanto si riceva. E perdonando si guadagna molto, si riceve. Il perdono può cambiare la vita. Non cancella l’errore, non satura la ferita, ma può salvare l’uomo dandogli una possibilità di riscatto. Abbiamo ascoltato poc’anzi la storia di Daniele: è stato affascinante ascoltarlo, vedere il recupero che lui stesso ha costruito per se, per la propria vita, aiutato però da un appoggio, un’interlocuzione, un’esortazione un esempio che gli ha consentito di maturare questo percorso e che adesso vuole trasferire agli altri. Questo percorso dimostra come la riabilitazione ha sempre dei veri contenuti di solidarietà, e laddove c’è una comunità autentica che accoglie, lì è possibile un risultato positivo e definitivo della riabilitazione. Non mi sorprende il dato che abbiamo ascoltato poc’anzi: dall’ ottanta al quindici per cento le recidive crollano, che non si torna più nella strada degli errori commessi. E questo è un beneficio di dimensioni incommensurabili. Ciascuna persona recuperata proietta un beneficio immenso in tutta la società.
Queste testimonianze e riflessioni ci riconducono con forza all’insegnamento di Don Oreste Benzi, ci ha insegnato tante cose con la sua semplicità. Quella sua tonaca sempre lisa era un messaggio di genuina essenzialità umana, che nessuno di coloro che lo ha incontrato potrà dimenticare. E’ incredibile ciò che è riuscito a fare con la sua tenace umiltà, con la sua fede incrollabile, con la sua bontà ostinata che voi ben conoscete, con la sua libertà di esprimere, con mitezza ma con determinazione, il suo dissenso quando percepiva che i diritti degli ultimi venivano calpestati, che verso di essi veniva esercitata prepotenza.
L’insegnamento e la testimonianza di don Benzi ci aiutano e ci aiuteranno. Questa mattina è stato letto quello che ha scritto nel commento alla scrittura il giorno prima del suo trapasso: “Qualche giorno diranno che sono morto. Non è vero, io continuo a vivere”. Il suo impegno e la sua testimonianza è la proiezione di questo e ci aiuta e ci aiuterà sempre in futuro.
A cinquant’anni dall’inizio del cammino della Comunità Giovanni XXIII è giusto fare bilanci, mezzo secolo è una lunga storia che induce a fare bilanci, ma anche a fare nuovi progetti. La società vi è grata per quel che fate. Desidero dirvi anch’io, con le parole di don Oreste, che vorrei raccogliere e fare mie, che “guardare il mondo con gli occhi dei poveri” scuote le coscienze, e ci chiede, ci impone di superare l’inerzia, l’indifferenza, la passività. Con gli occhi di chi ha più bisogno, di chi è più in difficoltà, si può guardare più lontano. E si può avere più fiducia nel mondo; che riusciremo a rendere migliore.
Naturalmente ci riusciremo se terremo unita la nostra comunità, se renderemo onore alla parola uguaglianza iscritta nella nostra Costituzione, se amplieremo gli spazi di libertà, se metteremo al bando la violenza fisica e quella verbale, l’odio, le discriminazioni, l’intolleranza.
Grazie per quanto avete fatto in questi cinquanta anni. Un grande augurio per il vostro impegno che continua.

 

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