La Cina è ancora lì a trainare il lusso

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Le trimestrali delle griffe respingono l’allarme Cina. Almeno per ora. L’ex Celeste Impero continua a spingere il settore nel terzo quarter. Ma la prospettiva è la normalizzazione.

Il lusso respinge l’allarme Cina. Almeno per ora. A quanti si aspettavano un passo falso del settore, convinti che la propensione per lo shopping fosse destinata a calare nell’Ex Celeste Impero, hanno infatti risposto risultati sopra le attese per il terzo trimestre d’esercizio e performance ‘robuste’ nei primi nove mesi dell’anno. Lo dicono, tra gli altri, i conti dei colossi Lvmh e Kering, ma anche quelli di Hermès, Moncler e Brunello Cucinelli. La Cina, inoltre, è l’area in cui Ferragamo, nei dati al 30 settembre 2018, riesce a contenere i danni dell’attuale fase di transizione. Per i prossimi mesi, spiegano gli analisti, la parola chiave sarà la normalizzazione del Gigante Asiatico, dove sarà opportuno un approccio selettivo da parte delle aziende.

MORGAN STANLEY DECLASSA IL LUSSO
“Il lusso non è più di moda”, ha tuonato, lo scorso 10 ottobre, Krupa Patel, analista di Morgan Stanley, declassando il comparto da “neutral” a “underweight” e spiegando come i titoli dell’alto di gamma restino sopravvalutati, nonostante il rallentamento nella crescita degli utili per azione. Tra gli indicatori chiave anche la fiducia dei consumatori cinesi che, secondo l’investment bank di New York, ha ormai raggiunto il suo apice. La nota di Morgan Stanley è arrivata poco prima della conference call in cui Jean Jacques Guiony, il direttore finanziario di Lvmh, ha annunciato i dati del colosso francese del lusso. Nei primi nove mesi dell’anno il gruppo guidato da Bernard Arnault ha registrato vendite in aumento del 10% a 33,1 miliardi di euro. Nel solo terzo trimestre i ricavi sono aumentati del 10 per cento. Stati Uniti e Cina, ha fatto sapere Lvmh, sono, ad oggi, le piazze più dinamiche. A crescere double digit è anche la rivale Kering, che nel terzo quarter ha evidenziato ricavi in progressione del 27,6% per 3,4 miliardi di euro. La performance è stata solida anche nei nove mesi d’esercizio, con i ricavi a +27,1%, poco sotto i dieci miliardi. A livello geografico l’Asia-Pacifico ha segnato un altro exploit, a +33% per il gruppo e a +42% per la sola Gucci. Nessun rallentamento cinese anche per un altro big name francese, Hermès, che da gennaio a settembre si porta oltre i 4,3 miliardi di euro (+7 per cento). Marcata, segnala la maison parigina, la progressione del terzo trimestre, con vendite in aumento del 9 per cento. Hermès ha confermato il segno più in tutte le aree geografiche, con l’Asia (escluso il Giappone) a +14%, trainata dal mercato cinese.

LA RISPOSTA DEL LUSSO ITALIANO 
Tra le italiane, contribuisce a ridurre i timori sull’andamento dei player del lusso soprattutto Moncler, che nel terzo quarter d’esercizio brinda ai primi risultati del progetto Genius. Nei primi nove mesi del 2018, i ricavi dell’azienda guidata da Remo Ruffini sono saliti del 18% a 872,7 milioni di euro, mentre nel Q3 il rialzo del fatturato è stato del 15,2% a 379,1 milioni. L’Asia e Resto del Mondo hanno guadagnato 32 punti percentuali, in accelerazione rispetto al +19% messo a segno nello stesso periodo del 2017. Per Brunello Cucinelli il mercato cinese offre un “grandissimo potenziale” in un’ottica di lungo periodo, con una domanda che cresce, spiega l’azienda, sia da parte di consumatori che già conoscono il brand sia da parte dei nuovi clienti Millennials. La griffe di Solomeo ha archiviato i nove mesi con ricavi per 422,1 milioni di euro, a +8,3 per cento. L’82% del fatturato è stato ottenuto fuori dall’Italia. In questa quota, la Greater China cresce del 29,2 per cento. “La crescita si sta normalizzando e Hong Kong sta perdendo quota”, riflette un’analisi recente di BofA Merrill Lynch, che suggerisce un approccio selettivo, “ma l’interesse cinese per il lusso europeo resta alto”. Simile la conclusione di Mediobanca Securities che dopo le trimestrali ha fatto il punto sul lusso in Cina: “Nonostante i recenti timori – scrive l’istituto di credito -, la domanda cinese sta mostrando più una normalizzazione che un rallentamento e resta il motore della crescita del settore nel medio-lungo termine”. Stando alle stime del presidente cinese Xi Jinping la ‘fame cinese’ di acquisti manterrà una portata elevata: il valore delle merci importate in nel Paese dovrebbe toccare i 26mila miliardi di euro in 15 anni.

I CINESI RISCOPRONO LO SHOPPING IN PATRIA 
Importanti anche le informazioni che arrivano dal bilancio semestrale di Burberry, che ha spiegato come i consumatori asiatici stiano tornando ad acquistare prodotti della fashion house di Londra entro i confini domestici, evidenziando uno slancio maggiore rispetto alla sostanziale stabilità dell’area EMEA. Burberry ha chiuso i sei mesi al 30 settembre scorso con profitti in crescita del 36% a 174 milioni di sterline (poco meno di 200 milioni di euro), a fronte di vendite in flessione del 3% a 1,22 miliardi (+3% se si escludono le vendite del comparto beauty). L’Asia resta, infine, il primo mercato in termini di ricavi per Salvatore Ferragamo. La Cina, dove i negozi a gestione diretta segnano un +1%, potrebbe contribuite alla ripartenza della maison che, dopo due quarter in caduta, nei tre mesi al 30 settembre 2018 ha evidenziato un incremento dei ricavi del 3,9% a 298,2 milioni di euro.

di Giulia sciola

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