L’Italia che arretra nel rapporto Svimez: “5 milioni di abitanti in meno tra 50 anni”

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Emergono anche dati positivi: nel 2017 il PIL è aumentato dell’1,4%. Gli investimenti privati sono cresciuti (+3,9%). Cresce il terziario. Preoccupano calo demografico e disoccupazione di lungo periodo. Il Ministro Lezzi promette nuovi strumenti a favore delle imprese.

di Stefano Bruni

Più vecchio, terziarizzato e sempre meno popolato. È il profilo del “Sud” d’Italia descritto dal Rapporto Svimez, presentato l’ 8 novembre alla Camera dei Deputati.

Nonostante non appaia in grande forma, il Mezzogiorno d’Italia fa registrare timidi segnali di ripresa.

Il PIL è aumentato dell’1,4%, rispetto allo 0,8% del 2016 e questo è accaduto grazie soprattutto al recupero del settore manifatturiero (5,8%), in particolare nelle attività legate ai consumi, e, in misura minore, delle costruzioni (1,7%).

Anche gli investimenti privati sono cresciuti (+3,9%), come già era avvenuto lo scorso anno, ma rispetto ai livelli pre-crisi, gli investimenti fissi lordi sono nel Mezzogiorno cumulativamente ancora inferiori del -31,6%

E’ stata, invece, forte e preoccupante, dice la Svimez, la contrazione della spesa pubblica corrente nel periodo 2008-2017 (-7,1%).

A trainare la “ripresina” ci hanno pensato soprattutto tre regioni: Calabria, Sardegna e Campania. Sono loro le Regioni meridionali che fanno registrare il più alto tasso di sviluppo, rispettivamente +2%, +1,9% e +1,8% mentre è il Molise l’unica regione meridionale che nel 2017 ha fatto registrare un andamento negativo del PIL (-0,1%).

Grande spinta è arrivata, in termini di crescita del valore aggiunto, dal settore agricolo che si è spinto a oltre 33 miliardi a prezzi correnti, con un aumento del 3,9% rispetto al 2016.

E questo aumento lo si deve soprattutto al Mezzogiorno dove il valore aggiunto è stato pari a 13 miliardi e 179 milioni (+6,1% rispetto all’anno precedente)

Quanto alla produzione industriale, si registra, su scala nazionale, un incremento del 2,8% con una crescita in termini di valore aggiunto del Mezzogiorno pari al 4,1%.

Degno di attenzione è l’andamento del terziario nel 2017 che, seppur eterogeneo, in media ha registrato un aumento pari all’1,5% rispetto al 2016. L’incremento è stato sostenuto dal commercio (2,3%),dai trasporti, comunicazioni, ristorazione e alloggio (2,8%), soprattutto per merito del settore turistico (4,5%) e della logistica (3,1%), e anche nei servizi finanziari e assicurativi (aumentati del 2%).

Stazionario invece l’accesso nei settori dei servizi più legati al pubblico e alle persone, come quelli ricreativi o culturali (0,2%).

Quello che emerge e che vale la pena sottolineare è dunque un processo di terziarizzazione del Mezzogiorno che però non è solo l’effetto di una maturazione del sistema economico, ma anche della possibile desertificazione dell’apparato industriale. Un cambio non di poco conto.

Come ha influito tutto questo sul lavoro?

Apparentemente bene. Anche l’occupazione è infatti cresciuta al Sud. Dopo aver perso 198.000 addetti tra il 2008 e il 2015, nel 2017 gli occupati sono aumentati di 71 mila unità (+1,2%).

E’, però, rallentato decisamente nel corso del 2017, il numero dei dipendenti a tempo indeterminato. Tale andamento – si legge nel Rapporto Svimez – è connesso in larga misura alla decontribuzione e, in parte minore, alla nuova disciplina dei licenziamenti nelle imprese con più di 15 dipendenti introdotta dal Jobs Act che ha incentivato i datori di lavoro ad assumere lavoratori a tempo indeterminato. Un punto delicato, sul quale è intervenuto il Ministro Barbara Lezzi anticipando che “nel corso della discussione della legge di Bilancio saranno inseriti nuovi strumenti a favore delle imprese, e in particolare forme di decontribuzione per quelle che investiranno al Sud

Al Sud è, poi, molto elevata l’incidenza del part-time involontario, che si attesta negli ultimi anni attorno all’80% (contro il 55% del Centro-Nord), ma la maggiore criticità del mercato del lavoro meridionale emerge anche dalla dinamica della disoccupazione di lunga durata in aumento al Sud per il secondo anno consecutivo.

E infatti il numero di famiglie meridionali con tutti i componenti in cerca di occupazione è raddoppiato tra il 2010 e il 2018, da 362 mila a 600 mila (nel Centro-Nord sono 470 mila). Così come pure è preoccupante la crescita del fenomeno dei working poors, conseguente all’aumento di lavori a bassa retribuzione per la complessiva dequalificazione delle occupazioni e per l’esplosione del part time involontario.

Ma il tema principale della più generale questione meridionale è sempre più quello relativo agli andamenti demografici.

Il peso demografico del Sud continua infatti, pur se lentamente, a diminuire ed è ora pari al 34,2%, due punti percentuali in meno dall’inizio del nuovo millennio.

Nel Mezzogiorno lo scorso anno sono nati 163 mila bambini, circa 3 mila in meno che nel 2016 e per i prossimi 50 anni è previsto un percorso di forte riduzione della popolazione, in particolare nel Mezzogiorno, che perderà 5 milioni di abitanti. Ciò avviene, spiega il Rapporto,  perché al Sud non solo ci sono sempre meno nati ma c’è anche un debole contributo delle immigrazioni. Tutto ciò farà dell’area meridionale quella più invecchiata dell’Italia e tra le più invecchiate dell’UE

Ciò che preoccupa di più è che l’età media al Sud crescerà dagli attuali 43,1 anni, ancora più bassa di quella registrata nel Centro-Nord, ai 51,1 anni nel 2065. L’indice di vecchiaia salirà, invece, dall’attuale 148,7% al 329,1% del 2065.

In definitiva, conclude il rapporto sul punto, alla fine dell’intervallo di previsione, il Mezzogiorno risulterà l’area d’Italia maggiormente ridimensionata e più invecchiata.

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